Scrivere Fantasy
Una storia fantasy non scivola via come acqua. Nonostante sia questo che molta gente pensa, il fantasy non è solo una fuga dal sociale, un non pensare ai problemi del mondo, un esiliarsi al di fuori del proprio tempo. Tutto ciò che accade in un qualsiasi mondo fantasy, non è altro che lo specchio di ciò che noi viviamo in questa realtà, nel “mondo vero”. Ma allora la differenza qual’è, direte voi.La differenza sta qui… e qui. Nella testa e nel cuore. Immedesimarsi in personaggi di un’epoca fantastica, abitata da popoli diversi da noi ma in fondo simili, da creature incantate che non devono apparirci assurde, perché sulla Terra, milioni di anni fa, vivevano esseri incredibili come i dinosauri. E questa è una realtà che, anche se non più attuale, è inconfutabile. Perciò non stupitevi di leggere tra le righe dei miei romanzi, la descrizione di un drago, di un grifone o di un unicorno, perché quel che riesce a fare un bravo scrittore fantasy, è calare il lettore in un mondo “parallelo” al nostro, ma non per questo assurdo. La verosimiglianza, la credibilità e il coinvolgimento emotivo sono tre chiavi fondamentali affinché chi sta dall’altra parte del libro non pensi di trovarsi di fronte a una favoletta, bensì a una realtà che se pur dissimile dalla nostra, sia altrettanto “vera”. E non conta pensare che non sia così perché gli unicorni non esistono, i draghi non esistono, la magia non esiste… e via discorrendo. Non conta per il semplice motivo che basta chiudere gli occhi e immaginare, per far sì che tutto questo esista.
Pensate al mio slogan:
“Il mondo che ho creato non è solo parte di me, ma esiste… come esiste la fede”
Capite?
Basta credere.
Riflessione sul tema dell’ignoto
Le caporali sono come la birra.
Strano a dirsi, ma è così. Per me, almeno.
Ho sempre utilizzato il trattino nei dialoghi, era l’unico segno che mi piacesse. Non le virgolette, non le caporali. Il trattino. Sissignore, e guai a chi mi consigliava di provare gli altri.
Badate, non che non abbia tentato. Le virgolette non mi piacevano proprio, nemmeno per i pensieri. Per quelli uso il corsivo. È di grand’effetto, datemi retta.
Le caporali… non so. Avevo questa difficoltà sulla tastiera, non sapevo come farle. Poi mi dissero di usare una combinazione sequenziale di quattro caratteri. Cazzo! Quattro caratteri per aprirle, quattro per chiuderle! Otto tasti per due segnetti? I trattini erano più comodi.
E andai avanti così per un bel pezzo.
Poi, un giorno, volli provare di nuovo. Ero diventato veloce sulla tastiera, otto tasti non mi spaventavano più. Scoprii che non era tanto male, e scrissi un racconto con le caporali.
Mi si spalancò un mondo.
Oggi le preferisco, l’effetto visivo è migliore, i dialoghi sembrano meglio integrati al testo.
Capite, quindi, che è come con la birra.
A me non piaceva, mai bevuta fino a trent’anni. Non mi piaceva, il sapore del malto o non so che altro mi dava la nausea. Poi faccio questo viaggio a Londra, mi lascio convincere a bere una Guinness. Non male, penso.
Al mio ritorno a Roma assaggio la Adelscott. Buona. La Du Demon. Buona.
Poi mi dicono: ehi, ma ti piacciono le birre forti?
Così attacco con le chiare. Buone, tutte.
Oggi la birra d’estate è una manna dal cielo per il mio palato.
Ecco, capite ora che le caporali sono come la birra.
Questo mi fa riflettere: mi chiedo quante cose al mondo ci siano che non conosco e che potrebbero piacermi. Come scrittore dovrei viaggiare, prendere appunti, scattare foto, girare video. Invece sto qui piantato davanti allo schermo a inventare. E se c’è qualcosa che non va, via di adsl! Un salto nel web, e Google mi trova qualunque cosa cerchi.
Ma non dovrebbe essere così. A volte, penso, occorre muovere il culo.
Non so ancora quando, ma lo farò accadere. Magari tra qualche mese o un anno, andrò alla ricerca di un’altra cosa che non conosco. Di altre caporali. Di un’altra birra fresca.
On the road – Reportage
Nome classico, molto americano, che fa tanto strade desolate in deserti sconfinati. Il cielo azzurro sopra, la polvere rossa sotto. Ma siamo in Italia, quindi il mio on the road è stato asfalto grigio sotto e un cielo altrettanto grigio sopra. Che volete, aprile è stato un mese piovoso.
Sono partito in notturna, per portare un cane in adozione a una deliziosa famiglia del nord. Sì, perché lo sapete, oltre a scrivere, mi occupo anche di
animali. Avevo questo cane in pensione, con altre due persone, da un anno e mezzo. Cercavamo di trovarle casa da parecchio tempo – sempre un anno e mezzo – senza successo. Si chiama Goldie, o meglio era questo il nome che le avevamo dato. Oggi si chiama Stella e per lei è iniziata una nuova splendida vita.
Okay, asciugatevi le lacrime. Ora si parla del premio. Il Sentiero dei Draghi. Già, perché dopo aver lasciato Goldie/Stella a Busto Arsizio ed aver sostato per la notte a Varese da un caro amico, il mattino seguente sono partito alla volta di Padova. Dopo i primi 600 chilometri, eccone altri 300. Ve l’ho detto. On the road. Come altro potrei definire questa trasferta?
A Padova m’incontro con Stefano Andrea Noventa che, senza tirarla tanto per le lunghe, diciamo subito che è stato il vincitore del concorso. E se l’è meritato, perché lui è uno bravo. E non dite “anche tu” per favore. Avete mai letto qualcosa di mio? Sì? Allora, okay, se credete in quello dite, thanks. In caso contrario, scaricatevi qualcosa qui dal mio blog e giudicate senza fretta. Insomma, eravamo là, io, Stefano e un gruppetto di sostenitori che tifava per lui alla maniera dei parenti di Mino Reitano – pace all’anima sua – al festival di San Remo. D’accordo, scherzo. Ho deciso di essere ironico in questo reportage – eh, che parolone! – e resto fedele alle intenzioni.
Insomma, eravamo lì, e tirano fuori uno dopo l’altro i nomi dei finalisti, que
i sette “sfigati” che non hanno l’onore e il privilegio di vedersi salire sul podio “metaforico” del premio. E ve lo devo dire: ne nominano sei e io non ci sono. Ne restano quattro. Ora, lo indovinate? Certo, perché lo sapete già. Il quarto sono io. Non il quarto in ordine di classifica, ma “il quarto” nel senso di “escluso dai primi tre”. Ma Stefano è primo. Stefano vince. E sono contento. L’ho già detto che se lo merita?
La sera ci aspetta una cena col gruppo di organizzatori del premio e con l’ospite d’onore, quel Dario Tonani autore di Infect@ e L’algoritmo bianco. Uno bravo – pure lui – che è stato prodigo di consigli davvero molto interessanti.
Il mattino seguente Stefano riesce a farmi fare un giro turistico di Padova a tempo di record. Piazza delle Erbe, la chiesa di Sant’Antonio da Padova – mavà? – con un albero di magnolia immenso nel chiostro interno – e Prato della Valle. E molto altro che ora non ricordo – Stefano, perdonami!
Se non la conoscete, sappiate che Padova è una città davvero bella, che merita di essere goduta appieno. Lo sapevate che Prato della Valle è la settima
piazza più grande d’Europa? Io no.
A mezzogiorno saluto il mio cicerone e riparto per Roma, dove giungo verso le 18, e posso finalmente buttarmi sul letto per riposare.
Insomma è tutto. Una bella esperienza, da rifare.




































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